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Elisa ZazzaLearn to sing thisKaraoke with live pitch — get a score on every lineSing →

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Style: rima della malattia, la nostra casa aveva un rumore preciso.P
Erano piatti che passavano di mano, sedie spostate da una stanza
all'altra, telefoni che squillavano, bambini che correvano nel
corridoio. I miei genitori avevano molti amici e la domenica non era
raro che il numero delle persone a tavola cambiasse mentre mia madre
stava già cucinando.
«Forse vengono anche loro», diceva coprendo la cornetta con una
mano.
Mio padre alzava gli occhi dal giornale o da qualunque cosa stesse
facendo.
«Quanti siamo?»
«Otto. Forse dieci.»
La sua prima domanda era quasi sempre la stessa.
«E il pane?»
Mia madre sospirava.
«Il pane si compra.»
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«La domenica?»
«Troverai qualcosa aperto.»
Lui usciva brontolando e tornava con più pane di quanto potesse
servirne. Allora mi sembrava una delle sue fissazioni. Molto più tardi
avrei capito che per un uomo cresciuto dentro la mancanza una tavola
senza abbastanza pane non era una svista. Era una minaccia antica.
Mia madre, intanto, governava un altro tipo di rischio.
«Non mettere quel vassoio lì.»
«Perché?» chiedevo.
«Perché non sta bene.»
«Mamma, è un vassoio.»
Mi guardava come si guarda chi ha appena dimostrato di non
capire l'essenziale.
«Appunto.»
Spostava un piatto di pochi centimetri. Cambiava una tovaglia.
Raddrizzava un bordo. Se una sedia diversa dalle altre finiva nel posto
che lei considerava sbagliato, se ne accorgeva anche mentre parlava
con qualcuno dall'altra parte della stanza.
Io la prendevo in giro.
Eppure la casa, quando c'era lei in mezzo, sembrava sempre più
casa.
Mia madre era una donna semplice. Per anni ho usato questa
parola senza sapere bene cosa intendessi. Da adolescente, semplice
conteneva anche una piccola vergogna. Parlava in un italiano
attraversato dal dialetto; non aveva bisogno di sofisticazione per dire
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ciò che pensava; le interessavano stoffe, dettagli, abiti, la disposizione
delle cose. Io, che amavo le parole e i ragionamenti, misuravo
l'intelligenza con strumenti che favorivano me.
Lei sapev
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La nostra casa aveva un rumore preciso. Non era il silenzio delle pareti, ma un suono vivo che cambiava con le ore. Piatti che passavano di mano, sedie trascinate da una stanza all’altra, il telefono che squillava e i bambini che correvano nel corridoio. I miei genitori avevano molti amici, e la domenica non era raro che il numero dei commensali cambiasse all’improvviso, mentre mia madre era già ai fornelli.
«Forse vengono anche loro», diceva, coprendo la cornetta con una mano.
Mio padre alzava gli occhi dal giornale, o da qualunque cosa stesse facendo.
«Quanti siamo?»
«Otto. Forse dieci.»
La sua prima domanda era quasi sempre la stessa.
«E il pane?»
Mia madre sospirava.
«Il pane si compra.»
«La domenica?»
«Troverai qualcosa aperto.»
Lui usciva brontolando, e tornava con più pane di quanto ne potesse servire. Allora mi sembrava una delle sue fissazioni. Molto più tardi ho capito che per un uomo cresciuto nella mancanza, una tavola senza abbastanza pane non era una dimenticanza. Era una minaccia antica.
Mia madre, intanto, governava un altro rischio. «Non mettere quel vassoio lì», diceva. «Perché?» chiedevo. «Perché non sta bene.» «Mamma, è un vassoio.» Mi guardava come si guarda chi non capisce l’essenziale. «Appunto.» E spostava un piatto di pochi centimetri, cambiava una tovaglia, raddrizzava un bordo. Se una sedia diversa dalle altre finiva nel posto sbagliato, se ne accorgeva anche mentre parlava con qualcuno dall’altra parte della stanza.
Io la prendevo in giro. Eppure, quando c’era lei in mezzo, la casa sembrava sempre più casa.
Mia madre era una donna semplice. Per anni ho usato questa parola senza sapere bene cosa intendessi. Da adolescente, semplice conteneva anche una piccola vergogna. Parlava in un italiano attraversato dal dialetto; non aveva bisogno di sofisticazione per dire ciò che pensava; le interessavano stoffe, dettagli, abiti, la disposizione delle cose. Io, che amavo le parole e i ragionamenti, misuravo l’intelligenza con strumenti che favorivano me.
Lei, invece, misurava il mondo con le mani. Conosceva il peso giusto di una tovaglia stirata, il silenzio che si crea quando la tavola è apparecchiata bene, il momento esatto in cui un ospite ha bisogno di un altro bicchiere. Non lo diceva mai con parole grandi. Lo faceva e basta.
Col tempo ho capito che la sua semplicità era un’arte nascosta. Ogni gesto era una preghiera laica, un modo per dire: qui sei al sicuro. Il pane di mio padre era la paura di non avere abbastanza. La tovaglia di mia madre era la certezza che, qualunque cosa accadesse, ci sarebbe stato un posto dignitoso per sedersi e condividere.
Ora che la casa è più silenziosa, sento ancora quei rumori. E capisco che erano due modi di amare: uno che comprava il pane in abbondanza per scacciare la mancanza, l’altro che raddrizzava un bordo per tenere insieme il mondo. E io, che li prendevo in giro, oggi cerco di fare lo stesso. Perché la vera intelligenza non sta nelle parole che dici, ma nei gesti che lasciano gli altri a casa. E quella casa, con lei in mezzo, era sempre più casa.